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‘GRAVITY’, CHE FATICA PER LE DONNE SCALARE HOLLYWOOD [ATTENZIONE: SPOILER!]

09/10/2013

Gravity‘ è un film spettacolare: pura meraviglia visuale, una sceneggiatura solida, molti archetipi al lavoro. Le tecniche di ripresa entrano nelle viscere anche di chi non conosce i nomi delle inquadrature e però non potrà fare a meno di essere ‘affetta’ da movimenti di camera robotici inusitati che impongono al corpo – oltre che agli occhi – di reagire.

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Ma la vera novità che aspettavo almeno dal 1986 (Aliens, di James Cameron) era il ritorno su grande schermo e per un blockbuster di un personaggio femminile assolutamente protagonista. E lo volevo ‘tondo’, come era stata per esempio Ellen Ripley e come non era invece stata l’agente Salt di Angelina Jolie (2010, di Pillip Noyce, che pure aveva potuto contare su un budget comparabile se non superiore). Ripley è una ‘persona’, Salt è piuttosto uno snodo narrativo, spettacolare quanto si vuole ma che diverte e intrattiene senza regalare alcun empowerment.

Come Salt anche Ryan Stone, il peronaggio di Sandra Bullock (e che strazio queste onomastiche rivelatrici!), all’inizio doveva essere un uomo. Parte male ma prosegue bene. Quanto bene?

Rassegniamoci: il film include (nel 2013!) l’ennesima incarnazione di Pigmalione, alcuni orridi cliché sulla maternità (vissuta, denegata, data per presupposta) e alcune imprecisioni scientifiche (e ovviamente chissenefrega). Ciò nonostante femministicamente parlando regge.

Il regista Cuaròn parla del film come di un on the road. Il Matt Kowalski di George Clooney non può quindi non riecheggiare il Kowalski veterano di guerra e benzedrinomane di Vanishing Point (1971, Richard C. Sarafian), anche lui autoterminantesi a suon di musica a conclusione di un viaggio. Come quello, Kowalski è un personaggio dalle motivazioni incerte e in più ‘fading’, che sta scomparendo: un veterano dello spazio, questa è la sua ultima missione. E svanirà, nello spazio profondo, come sarebbe altrimenti scomparso per via di pensionamento. E con lui si dissolve il maschile del film. Un maschile che espleta fino alla fine la sua funzione patriarcal-pigmalionica nei confronti del femminile (sebbene più giustificata del solito: Stone è al suo primo viaggio nello spazio e fa un altro mestiere, quindi necessita di una guida) ma, una volta esauritala, si perde nel vuoto siderale.

L’ingegnere Ryan Stone di Sandra Bullock invece è una donna in fuga. In fuga non solo dalla Terra-madre ma anche da sé stessa come madre, secondo Cuaròn. Mentre secondo me è solo in fuga dal lutto, come tutte noi. Una scienziata alla quale la scienza non serve né basta, svuotata, come una donna senza organi riproduttivi secondo il cliché di chi ritiene che un utero fondi un’identità (e probabilmente secondo Cuaròn, che la vede riemergere nel momento in cui riuscirà a riidentificarsi con la madre-Terra, cioè tornerà a essere in qualche modo madre). Ha perso una figlia e non ha più un sé. Lasciando andare: ecco come si salverà. Lasciando andare Kowalski alla deriva (ma ovviamente non sarà lei a prendere la decisione, guarda un po’), lasciando andare il ricordo tormentoso della figlia, e soprattutto lasciando andare la paura, per giungere all’accettazione della morte e dell’impermanenza, e al fatto che proprio l’impermanenza costituisca parte della bellezza del mondo – come uno sciame di detriti spaziali infuocati che attraversa la stratosfera gettandosi nel mare, come l’ultimo panorama struggente e infinito guardato un attimo prima di morire, come i sogni allucinatori che illuminano e sfuggono ma pure trasformano e fanno vivere realmente.

Gravity è un film sui generi, un genere che tramonta e uno che rinasce dopo la morte/fine di quello (rivelatoria la drammatica passeggiata durante la quale Kowalski vuole distrarre Stone facendola ‘chiacchierare’, e Stone invece di parlare del più e del meno confessa la sua verità più dolorosa e nascosta, perché l’ora è fatale e non c’è tempo se non per ciò che ha davvero importanza). Il passaggio di testimone avviene perché è tempo: è tempo che cambino le priorità. Che cosa importa  a Kowalski? Il sé probabilmente, il suo record di permanenza nello spazio, la sua leadership esperienziale, il suo codice di correttezza comportamentale, il fatto che Stone sia attratta da lui (è una delle ultime cose che le dice mentre va a morire). Kowalski ha già accettato la morte, ma come farebbe un cowboy coraggioso e disincantato (la colonna sonora con cui riempie le sue passeggiate nello spazio è composta da musica country). Stone invece diventa lei stessa vita-morte, ma non in quanto contenitore: piuttosto in quanto Desiderio.

Apparentemente Gravity è un film che esclude il Desiderio. Che invece è lì, nella protagonista, nel suo riso folle durante il nostos potenzialmente fatale verso la Terra (Kowalski non può avere un nostos: a che cosa tornerebbe?), che accetta finalmente la bellezza del viaggio e la necessità della morte che lo innerva a ogni secondo. Il Desiderio è nel respiro che si perde tante volte, e altrettante si riprende (l’ossigeno di Stone è sempre in riserva, si potrebbe dire), fino alla volta finale, quella decisiva, che è vita e rinascita, cinque sensi e cosmicità.

(fine parte prima)

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