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narrativa per bambine

06/01/2010

le nostre antenate hanno dovuto subire vessazioni sessiste di ogni tipo (e anche noi subiamo ancora parecchio, qualcuna se n’è accorta).

ma oltre ai soprusi materiali, ce ne furono anche di simbolici, orribili negli esiti così come nel senso. di quelli che mutilano e marchiano l’immaginario a vita, puro napalm inferto sulla foresta selvaggia della volizione e delle proiezioni desiderative del sé, che dunque si desertifica e introietta i modelli imposti dall’esterno.

il nome di ‘letteratura’ si applica a troppe cose. e forse secondo alcuni canoni dannati potrebbe riferirsi anche a quella vasta produzione dedicata all'”educazione” e all'”edificazione morale” delle fanciulle che fioriva nell’ottocento, e ancora all’inizio del secolo scorso. orrore puro.

immagino una bambina costretta a leggere la propria appartenenza al genere femminile sotto forma di diminutivo (non ho mai usato la parola “donnina” per rivolgermi a una mia simile, nemmeno alle figlie infanti delle mie amiche). a pensarsi all’interno di un unico set possibile, le mura domestiche. a ritenere le faccende di casa l’occupazione centrale di una vita. a escludere di poter lavorare e guadagnare denaro proprio. a trovare ovvio fare da domestica all’uomo di casa. a non considerarsi pari a lui. a formarsi su titoli come “il libro della bambina” (solo figurarsi il contenuto è di per sé ripugnante). a escludere di poter arrivare mai, un giorno, ad avere la famosa ‘stanza tutta per sé’ (se non, forse, grazie alla vedovanza). a mettersi alla prova sulla base di una pila di piatti sporchi da sgrassare. a indossare un grembiule. a pensare di essere fonte di felicità per aver fatto bene il bucato. a sentirsi appagata non per un premio per meriti di studio ma piuttosto per essere riuscita a sostituire soddisfacentemente la propria madre nel ruolo di serva.

l’autrice del breve racconto che segue è ida baccini, una tra le più prolifiche e note scrittrici per l’infanzia di fine ottocento, autrice delle “memorie di un pulcino”, pubblicate ancora nel 2000. lasciò la ‘carriera’ di maestra in seguito a uno scandalo (aveva avuto un figlio dopo essersi separata), per mantenersi. insomma una che avrebbe potuto porsi come outsider. e invece.

Una donnina
di ida baccini

L’Eduvige era una bambina proprio sgomenta. Volere un gran bene alla
mamma e vedersela lì, in un fondo di letto, con una tossaccia ostinata
che non le dava pace né giorno né notte, era una gran passione. Almeno
avesse potuto prestarsi in qualche cosa e aiutare il babbo, pazienza!
Ma di che cosa può esser ella capace una bambinuccia di otto o
nov’anni?

C’erano tanti bisogni in quella casa! Il babbo andava all’uffizio la
mattina alle dieci e tornava alle cinque. » vero che prima d’andar
via, metteva la carne al fuoco, dava una ripulitina alla casa e
custodiva la malata: ma la sera avrebbe avuto bisogno di trovar tutto
all’ordine. E invece doveva rifarsi da una parte: riattizzare il
fuoco, far bollire il brodo, buttar la minestra e disimpegnare insomma
tutte quelle minute faccenduole, alle quali non si suol dare una
grande importanza, ma che nonostante portano via il loro tempo!
L’Eduvige s’ingegnava, poverina. Quando andava in camera della mamma,
le ravviava la rimboccatura del lenzuolo, le dava la cucchiaiata o
accomodava le boccette delle medicine sul comodino. Ma ci voleva
altro! Bisognava prendere una ragazzetta a servizio: non c’era
rimedio. E questa nuova spesa dava una grande inquietudine al babbo, i
cui guadagni erano appena sufficienti a mantener la moglie e la
figliuola!

Una sera dopo desinare, il signor Ernesto, così chiamavasi il padre
dell’Eduvige, aveva avuto bisogno di uscire e di trattenersi un’oretta
fuori. La malata era assopita e la nostra bambina non sapeva come
passare il tempo. I balocchi e le bambole le erano venuti a noia,
specie dacchË la mamma s’era messa a letto: lavori preparati non ce ne
aveva e il “Libro della Bambina” era rimasto chiuso nello studio del
babbo.

Ciondola di qua, ciondola di là, le venne fatto di entrare in cucina:
Dio, che disordine! Non pareva più la cucina di prima, quando la mamma
rigovernava subito dopo desinare, spazzava, spolverava e socchiudeva
le imposte, affinché non entrasse il sole.

Sul cammino c’era un po’ di tutto: tegami, scodelle, bocce, minuzzoli
di pane, la scatola della cera da scarpe e perfino un tovagliuolo
tutto infrittellato d’unto e di caffè; il tavolino, le seggiole erano
coperti di filiggine; e nella mezzina mandavano gli ultimi tratti due
mosche.

L’Eduvige pensò subito alla mamma e prese una gran risoluzione; se si
provasse un po’ lei a riordinare quell’arruffÌo e a far risparmiare al
babbo la spesa della serva?

Forse ci riuscirebbe, forse no: ma in ogni modo, a provare non ci si
rimette nulla, anzi ci si guadagna sempre qualche cosa, se non altro
la pratica.

L’Eduvige cominciò dal riempir d’acqua il calderotto e dal metterlo
sul fornello, dove c’era sempre il fuoco acceso: poi riunì i piatti
grandi, quelli più piccoli e le marmitte, facendone, ben inteso, tre
gruppi distinti; sbrattò il cammino, scosse le seggiole, spolverò la
rastrelliera, e mentre l’acqua finiva di scaldarsi, risciacquò i
bicchieri, le chicchere e gli dispose, rovesciati, sopra un vassoio di
bandone, che la mamma teneva, per quell’uso, sul piano della madia.
Poi, a un pezzo per volta, renò le posate, le asciugò e le ripose.

Quando l’acqua fu a bollore, la versò adagio adagio nel catino, e
cominciò dal rigovernare i piatti meno unti, per arrivar quindi ai
tegami e alle marmitte.

[Illustration]

E quando tutto fu pulito, risciacquato e lustro, l’Eduvige mise altri
due tizzi di carbone nel fornello, coprÏ il fuoco con una palettata di
cenere, affinché non si consumasse troppo, e socchiuse la finestra.
Poi andò a lavarsi, a mettersi un bel grembiulino bianco e aspettò il
babbo con una certa impazienza.

Quando tornò, la mamma si svegliava proprio allora e chiedeva da bere.

Il signor Ernesto corse in cucina per attingere una mezzina d’acqua
fresca, e la bambina dietro. Non appena egli vide tutto quell’ordine e
quella pulizia, si volse stupito all’Eduvige e domandò:

–Chi c’è stato?

–Nessuno! rispose la bambina sorridendo.

–O chi ha fatto le faccende?

L’Eduvige saltò al collo del babbo e gli disse in un orecchio:

–Sono stata io!

Figuratevi la contentezza di quel pover’uomo! si tenne abbracciata
strinta la sua bambina e andò, lieto di quel caro peso, in camera
della moglie, alla quale raccontò tutto.

La mamma, commossa, fece seder sul letto l’Eduvige e la ricolmò di
carezze.

La nostra amica aveva provato dei bei momenti in vita sua, specie
quando gli zii di Roma le mandavano a regalare un bel libro, un
vestito nuovo o una scatola di chicche. Ma un momento compagno a
quello non lo aveva provato mai; mai, neppure quando per la
distribuzione dei premi il sindaco le dette, proprio con le sue mani,
una bella medaglia d’argento.

C’è una gran soddisfazione a studiare e a meritarsi il premio: ma
quella di rendersi utile alla mamma malata è più grande di tutte!