Archive for the ‘Uncategorized’ Category

Grazie Getty Images?

06/03/2014

Getty Images ha appena sconvolto il mercato delle foto stock con il rilascio gratuito, per uso non commerciale, di 35 milioni di immagini tramite embedding. Mossa ‘disruptive’ sicuramente, se non una vera e propria ridefinizione. Felicissime/i le/i blogger, un po’ più disincantati gli operatori, che sospettano la volontà di Getty (che otto anni fa ha acquisito iStockphoto, a suo tempo iniziatore di un nuovissimo modello di business) di diventare in pratica uno YouTube delle immagini, puntando inevitabilmente – a medio/lungo termine – alla pubblicità. Me ne occuperò più avanti, per il momento approfitto della graziosa (o forse no, si verificherà) offerta di Getty e posto qualche foto dal loro archivio. Inizio da lei, perché la stavo ascoltando. Lei è Hélène Grimaud.

Embed from Getty Images
Annunci

‘GRAVITY’, CHE FATICA PER LE DONNE SCALARE HOLLYWOOD [ATTENZIONE: SPOILER!]

09/10/2013

Gravity‘ è un film spettacolare: pura meraviglia visuale, una sceneggiatura solida, molti archetipi al lavoro. Le tecniche di ripresa entrano nelle viscere anche di chi non conosce i nomi delle inquadrature e però non potrà fare a meno di essere ‘affetta’ da movimenti di camera robotici inusitati che impongono al corpo – oltre che agli occhi – di reagire.

Immagine

Ma la vera novità che aspettavo almeno dal 1986 (Aliens, di James Cameron) era il ritorno su grande schermo e per un blockbuster di un personaggio femminile assolutamente protagonista. E lo volevo ‘tondo’, come era stata per esempio Ellen Ripley e come non era invece stata l’agente Salt di Angelina Jolie (2010, di Pillip Noyce, che pure aveva potuto contare su un budget comparabile se non superiore). Ripley è una ‘persona’, Salt è piuttosto uno snodo narrativo, spettacolare quanto si vuole ma che diverte e intrattiene senza regalare alcun empowerment.

Come Salt anche Ryan Stone, il peronaggio di Sandra Bullock (e che strazio queste onomastiche rivelatrici!), all’inizio doveva essere un uomo. Parte male ma prosegue bene. Quanto bene?

Rassegniamoci: il film include (nel 2013!) l’ennesima incarnazione di Pigmalione, alcuni orridi cliché sulla maternità (vissuta, denegata, data per presupposta) e alcune imprecisioni scientifiche (e ovviamente chissenefrega). Ciò nonostante femministicamente parlando regge.

Il regista Cuaròn parla del film come di un on the road. Il Matt Kowalski di George Clooney non può quindi non riecheggiare il Kowalski veterano di guerra e benzedrinomane di Vanishing Point (1971, Richard C. Sarafian), anche lui autoterminantesi a suon di musica a conclusione di un viaggio. Come quello, Kowalski è un personaggio dalle motivazioni incerte e in più ‘fading’, che sta scomparendo: un veterano dello spazio, questa è la sua ultima missione. E svanirà, nello spazio profondo, come sarebbe altrimenti scomparso per via di pensionamento. E con lui si dissolve il maschile del film. Un maschile che espleta fino alla fine la sua funzione patriarcal-pigmalionica nei confronti del femminile (sebbene più giustificata del solito: Stone è al suo primo viaggio nello spazio e fa un altro mestiere, quindi necessita di una guida) ma, una volta esauritala, si perde nel vuoto siderale.

L’ingegnere Ryan Stone di Sandra Bullock invece è una donna in fuga. In fuga non solo dalla Terra-madre ma anche da sé stessa come madre, secondo Cuaròn. Mentre secondo me è solo in fuga dal lutto, come tutte noi. Una scienziata alla quale la scienza non serve né basta, svuotata, come una donna senza organi riproduttivi secondo il cliché di chi ritiene che un utero fondi un’identità (e probabilmente secondo Cuaròn, che la vede riemergere nel momento in cui riuscirà a riidentificarsi con la madre-Terra, cioè tornerà a essere in qualche modo madre). Ha perso una figlia e non ha più un sé. Lasciando andare: ecco come si salverà. Lasciando andare Kowalski alla deriva (ma ovviamente non sarà lei a prendere la decisione, guarda un po’), lasciando andare il ricordo tormentoso della figlia, e soprattutto lasciando andare la paura, per giungere all’accettazione della morte e dell’impermanenza, e al fatto che proprio l’impermanenza costituisca parte della bellezza del mondo – come uno sciame di detriti spaziali infuocati che attraversa la stratosfera gettandosi nel mare, come l’ultimo panorama struggente e infinito guardato un attimo prima di morire, come i sogni allucinatori che illuminano e sfuggono ma pure trasformano e fanno vivere realmente.

Gravity è un film sui generi, un genere che tramonta e uno che rinasce dopo la morte/fine di quello (rivelatoria la drammatica passeggiata durante la quale Kowalski vuole distrarre Stone facendola ‘chiacchierare’, e Stone invece di parlare del più e del meno confessa la sua verità più dolorosa e nascosta, perché l’ora è fatale e non c’è tempo se non per ciò che ha davvero importanza). Il passaggio di testimone avviene perché è tempo: è tempo che cambino le priorità. Che cosa importa  a Kowalski? Il sé probabilmente, il suo record di permanenza nello spazio, la sua leadership esperienziale, il suo codice di correttezza comportamentale, il fatto che Stone sia attratta da lui (è una delle ultime cose che le dice mentre va a morire). Kowalski ha già accettato la morte, ma come farebbe un cowboy coraggioso e disincantato (la colonna sonora con cui riempie le sue passeggiate nello spazio è composta da musica country). Stone invece diventa lei stessa vita-morte, ma non in quanto contenitore: piuttosto in quanto Desiderio.

Apparentemente Gravity è un film che esclude il Desiderio. Che invece è lì, nella protagonista, nel suo riso folle durante il nostos potenzialmente fatale verso la Terra (Kowalski non può avere un nostos: a che cosa tornerebbe?), che accetta finalmente la bellezza del viaggio e la necessità della morte che lo innerva a ogni secondo. Il Desiderio è nel respiro che si perde tante volte, e altrettante si riprende (l’ossigeno di Stone è sempre in riserva, si potrebbe dire), fino alla volta finale, quella decisiva, che è vita e rinascita, cinque sensi e cosmicità.

(fine parte prima)

senza parole

19/03/2010

niente da aggiungere, in effetti. l’algoritmo parla da sé.

performance

11/03/2010

apprezzo regina galindo, ma senza passione. un po’ perché non si occupa del versante tecnologico (che a mio parere è ineludibile: cybercorpi, innesti, l’inorganico, ibridazioni, virtualità, eccetera), un po’ perché non parla di mutazione dei generi (altro tema cruciale). ma soprattutto, forse, a causa dell’anagrafe: ho già vissuto – e partecipato, anche se  all’università e non proprio in diretta – gina pane, marina abramovic e valie export (con export tra l’altro verifichiamo che cosa succede a far andare a scuola in convento una ragazza fino a 14 anni; meno male che, quando toccò a me, scelsi di farla finita con le suore dopo le elementari: grazie mamma). alle quali galindo non aggiunge praticamente niente, anche se lo fa onestamente.

ricordo in particolare una sua performance del 2007, presentata a roma. si chiamava cepo e consisteva nel suo rimanere intrappolata in una gogna per 12 ore (o dalle 19 alle 5 del mattino, non ricordo esattamente). la dichiarazione d’intenti contenuta nel comunicato stampa parlava di “un’asserzione di resistenza nei confronti delle dinamiche di scissione strumentale tra bene e male, innocenza e reità, autonomia e asservimento, con cui la società giustifica l’esercizio dei propri poteri decisionali sull’individuo, in ambito sia politico che culturale.”

tutto bene. ma un po’ generico, e decisamente scontato per chi aveva già potuto seguire non solo le teorizzazioni di foucault, ma anche una generazione che in quanto a body art e performance varie aveva praticamente già fatto e trattato tutto.

ma mentre i suoi lavori in genere mi ispirano al massimo una benevola neutralità (si lo so, è una contradictio in adiecto), No perdemos nada con nacer (2000) invece proprio non mi convince.

in quell’occasione galindo si fece chiudere in un sacco di plastica e gettare in una discarica.

il motivo è ovvio: l’iconografia della donna come spazzatura è fin troppo comune, e reale, e shockante. è assoluta già mentre accade, la ripetizione nell’atto artistico non solo non può aggiungere nulla all’assolutezza ontologica del dato reale, ma potrebbe risultare perfino controproducente, perché rischia di an-estetizzarlo. la cronaca taglia e brucia, l’arte rischia di spostare i termini: sul ludico, sul lunatico, sulla stravaganza.

i femminicidi, con le neonate abbandonate ai bordi della strada e i passanti che procedono oltre, i loro corpi un piccolo ingombro, niente più che un rifiuto.

e poi le reiette (prostitute, sbandate, clochard, ma non solo) che finiscono davvero nelle discariche, assassinate, con l’ultimo flash della cronaca nera spiaccicato sui loro corpi offesi una volta di più (l’ultimo spettacolo reifica poco meno, se non altrettanto, dell’assassino che colpisce a morte).

chi si ricorderà domani di filomena rotolo, una senzatetto di quarantadue anni, derubata di cinque euro, stuprata e uccisa a forza di colpi poco tempo fa, in un capannone abbandonato, in pratica una discarica urbana? la performance di galindo potrebbe mai riuscire a restituire con forza anche il suo nome?

e poi come presentifica la performance di galindo i millenni di violenza cieca perpetrati su corpi spersonalizzati e ridotti a cose? come può pensare di riuscire, con questa azione così banale nella sua piatta letteralità da carta carbone, a tematizzare adeguatamente soprattutto la parte più ambigua di questo orrore, e cioè la sua costante estetizzazione da cronaca nera? e se non fosse piattezza e carta carbone, sarebbe figura, e quindi retorica, rappresentazione, distanza dal dato reale. mentre le immagini che ci sconvolgono la mente – a noi che vogliamo vederle – non devono spostarsi di un millimetro: devono rimanere lì dove sono, ci devono bruciare e restare perfettamente insopportabili, nel dato reale e nella nostra mente. non in una performance, non in uno spazio altro, sebbene artistico. perché il rischio è che diventino più tollerabili.  l’arte serve a creare lo choc dove questo non c’è più, ma di fronte a certe immagini è inconcepibile dover ammettere di aver perso lo choc originario.

(che poi succede che si vedono cose come questa, una foto che fa parte dell’iniziativa ‘aziza munniza’, volta a sensibilizzare sul problema dei rifiuti a palermo)

pole position ovvero corpi all’asta

09/01/2010

La pole dance da qualche anno è stata risemantizzata attraverso una ridefinizione del corpo femminile ed è diventata (anche) un esercizio atletico e sensuale che le donne dedicano a se stesse.

Le femministe antiporno stigmatizzano. Il sesso è potere, ragionano, e il potere è di chi guarda, non di chi si esibisce per esclusivo piacere altrui, e la pole dancer da club è svilita, degradata, ridotta a oggetto. La conclusione è indiscutibilmente vera se riferita a contesti di sfruttamento, meno scontata se i ruoli vengono liberamente scelti e la donna decide senza costrizioni di offrire una performance erotica a pagamento.

Ma con le gare di pole dance lo schema non vale più del tutto, perché scompaiono i club, l’erotismo e anche il pagamento, e semmai emerge la pratica della fitness. Le pole dancer da competizione non hanno fisici da spogliarelliste ma da atlete, somigliano cioè più a Yelena Isinbaeva (la telegenica primatista di salto con l’asta di Pechino)  che non alla playmate di ottobre, con le curve che lasciano il posto a tono e fasce muscolari evidenti, indispensabili per realizzare le figure più belle e più complesse.

Un’antiporno potrebbe obiettare che si tratta pur sempre di pratiche di ascendenza erotica (strip tease), quando non esplicitamente pornografica, e dunque prone al maschile e sessiste (il che non ha impedito ad esempio a Colette, che ha lavorato a lungo nel music-hall scollacciato, di mantenere e poi imporre la propria personalità; certo, il suo femminismo – perlomeno quello dichiarato – fa abbastanza acqua; quello biografico invece mi pare discretamente inspirational). Ma trasferita nelle palestre – in genere in classi di sole donne – l’esibizione intorno all’asta è diventata training e/o puro display, cioè da merce si è fatta abilità e esibizione atletica – aerobica o anaerobica, con strip o senza. E talmente diffusa e popolare da essere praticata dai personaggi delle serie televisive (da I Soprano alle Casalinghe disperate) e discussa nei talk show popolari (The Oprah Winfrey Show). Pornosfera che invade le palestre e (una volta di più) l’entertainment o riappropriazione da parte delle donne dello spettacolo (dell’atletismo e dell’efficienza) del proprio corpo? Le aziende inglesi di giocattoli che qualche anno fa produssero un kit per pole dance dedicato alle bambine (la “Peekaboo dance pole”, che le madri inferocite fecero presto ritirare dal mercato) avevano colto il trend degli strip club o quello dei centri di fitness che mettevano in dépliant le classi di exoticise (stripperobics, cardio strip tease, eccetera)?

Che la fitness riesca a normalizzare – disinnescandole e rendendole di massa – pratiche altrimenti giudicate eterodosse non è del resto una novità. Un precedente risale a metà degli anni ’90, quando riuscì a marginalizzare il bodybuilding.

La prima vincitrice di Ms Olympia, nel 1979, era stata Lisa Lyon, media sensation e icona celebrata dalle splendide fotografie in bianco e nero di Robert Mapplethorpe (anche Jane Fonda – in piena onda aerobica – ne ammirò il corpo “forte e bello”). Una bellezza che non sfigurò tra le conigliette di Playboy. Ma nel 1991, trasmesso per la prima volta in tv, comparve sul palco di Ms Olympia il fisico straordinario e possente di Bev Francis, ex campionessa di sollevamento pesi (aveva stabilito uno dei suoi record battendo tutti i concorrenti maschi di una gara per pesi medi), praticamente una she-Hulk.

Si classificò seconda. La sua mole doveva aver raggiunto un limite destabilizzante per l’immaginario collettivo se – come da più parti si ipotizza in mancanza di valide spiegazioni alternative –  fu solo per questo che le venne negato l’altrimenti meritatissimo titolo. La donna come segno della differenza è già ‘mostruosa’, ma una donna con 61 centimetri di muscoli della coscia lo era al quadrato: dov’era finita la ‘femminilità’? Fu la fitness – che riduce l’ipertrofia della massa muscolare in favore della definizione e del tono – a sgonfiare l’anomalia dei corpi ‘mostruosi’ delle culturiste e a regolamentare le (proprie) competizioni in chiave più ‘femminile’, con tacchi (le bodybuilder si esibiscono invece a piedi scalzi), cambi di costume e l’abito lungo in almeno una prova. Risultato: oggi le palestre non sono più nemmeno provviste dell’attrezzatura necessaria per il bodybuilding amatoriale, relegato a circuiti specializzati. Ma qualcosa era comunque cambiato, perché la visione non perdona e quello che è stato visibile una volta non scompare più. Il culturismo aveva definitivamente ‘rivelato’ il transgenderismo dei muscoli, che sono belli o eccessivi esattamente allo stesso modo su donne e uomini. La fitness dunque servì ad assimilare (ridimensionata) la ridefinizione dei corpi femminili innescata dal mezzo metro di bicipiti della “donna inaudita” (secondo la descrizione di George Butler, autore di Pumping Iron II, film del 1985 dedicato alle culturiste), così che in seguito, nel  giudizio comune, sono divenuti attraenti fisici che prima sarebbero stati considerati da virago (e oggi le muscolose atlete olimpiche sono star da copertina patinata).

Almeno in questo senso la fitness è stata una forma di attivismo – hanno ragione le femministe ‘fisiche’, il potere si rende visibile sul corpo –, perché ha permesso alle donne di immaginarsi e volersi secondo modulazioni del proprio aspetto non previste dal concetto prevalente di femminilità. E questa è una forma di potere. Lo stesso che ha risemantizzato la pole dance come esercizio atletico e sensuale che le donne dedicano a se stesse, e che da reificante diventa liberatorio, perché il senso che prima consisteva nell’incarnare il consumo/piacere di un Altro (voyeuristico, sessuale, potenzialmente sessista), adesso risulta in uno sforzo autodiretto e autocelebrativo. E – dettaglio che marca ancora di più la differenza ­– concesso, a differenza del primo, anche a donne non più giovanissime.

il nome della cosa

08/01/2010

già, il nome del blog. bovary non c’entra: è un atto di devozione verso emma goldman, che le grandi madri l’abbiano in gloria per l’eternità.

amabili resti

08/01/2010


ho acquistato amabili resti nel 2002, ma non l’ho mai letto, perché non sono riuscita a superare le scene iniziali dello stupro e dell’uccisione della bambina. è la bambina stessa a raccontare la propria storia e questo per me ha peggiorato le cose, invece di renderle meno strazianti: se continua a guardare dall’alto tutta la vita che non ha più, vuol dire che la perdita dura anche oltre la morte. intollerabile. le interviste rilasciate da susan sarandon per l’uscita del film non bastano a rassicurarmi e convincermi: il libro resta lì, amabilmente.

narrativa per bambine

06/01/2010

le nostre antenate hanno dovuto subire vessazioni sessiste di ogni tipo (e anche noi subiamo ancora parecchio, qualcuna se n’è accorta).

ma oltre ai soprusi materiali, ce ne furono anche di simbolici, orribili negli esiti così come nel senso. di quelli che mutilano e marchiano l’immaginario a vita, puro napalm inferto sulla foresta selvaggia della volizione e delle proiezioni desiderative del sé, che dunque si desertifica e introietta i modelli imposti dall’esterno.

il nome di ‘letteratura’ si applica a troppe cose. e forse secondo alcuni canoni dannati potrebbe riferirsi anche a quella vasta produzione dedicata all'”educazione” e all'”edificazione morale” delle fanciulle che fioriva nell’ottocento, e ancora all’inizio del secolo scorso. orrore puro.

immagino una bambina costretta a leggere la propria appartenenza al genere femminile sotto forma di diminutivo (non ho mai usato la parola “donnina” per rivolgermi a una mia simile, nemmeno alle figlie infanti delle mie amiche). a pensarsi all’interno di un unico set possibile, le mura domestiche. a ritenere le faccende di casa l’occupazione centrale di una vita. a escludere di poter lavorare e guadagnare denaro proprio. a trovare ovvio fare da domestica all’uomo di casa. a non considerarsi pari a lui. a formarsi su titoli come “il libro della bambina” (solo figurarsi il contenuto è di per sé ripugnante). a escludere di poter arrivare mai, un giorno, ad avere la famosa ‘stanza tutta per sé’ (se non, forse, grazie alla vedovanza). a mettersi alla prova sulla base di una pila di piatti sporchi da sgrassare. a indossare un grembiule. a pensare di essere fonte di felicità per aver fatto bene il bucato. a sentirsi appagata non per un premio per meriti di studio ma piuttosto per essere riuscita a sostituire soddisfacentemente la propria madre nel ruolo di serva.

l’autrice del breve racconto che segue è ida baccini, una tra le più prolifiche e note scrittrici per l’infanzia di fine ottocento, autrice delle “memorie di un pulcino”, pubblicate ancora nel 2000. lasciò la ‘carriera’ di maestra in seguito a uno scandalo (aveva avuto un figlio dopo essersi separata), per mantenersi. insomma una che avrebbe potuto porsi come outsider. e invece.

Una donnina
di ida baccini

L’Eduvige era una bambina proprio sgomenta. Volere un gran bene alla
mamma e vedersela lì, in un fondo di letto, con una tossaccia ostinata
che non le dava pace né giorno né notte, era una gran passione. Almeno
avesse potuto prestarsi in qualche cosa e aiutare il babbo, pazienza!
Ma di che cosa può esser ella capace una bambinuccia di otto o
nov’anni?

C’erano tanti bisogni in quella casa! Il babbo andava all’uffizio la
mattina alle dieci e tornava alle cinque. » vero che prima d’andar
via, metteva la carne al fuoco, dava una ripulitina alla casa e
custodiva la malata: ma la sera avrebbe avuto bisogno di trovar tutto
all’ordine. E invece doveva rifarsi da una parte: riattizzare il
fuoco, far bollire il brodo, buttar la minestra e disimpegnare insomma
tutte quelle minute faccenduole, alle quali non si suol dare una
grande importanza, ma che nonostante portano via il loro tempo!
L’Eduvige s’ingegnava, poverina. Quando andava in camera della mamma,
le ravviava la rimboccatura del lenzuolo, le dava la cucchiaiata o
accomodava le boccette delle medicine sul comodino. Ma ci voleva
altro! Bisognava prendere una ragazzetta a servizio: non c’era
rimedio. E questa nuova spesa dava una grande inquietudine al babbo, i
cui guadagni erano appena sufficienti a mantener la moglie e la
figliuola!

Una sera dopo desinare, il signor Ernesto, così chiamavasi il padre
dell’Eduvige, aveva avuto bisogno di uscire e di trattenersi un’oretta
fuori. La malata era assopita e la nostra bambina non sapeva come
passare il tempo. I balocchi e le bambole le erano venuti a noia,
specie dacchË la mamma s’era messa a letto: lavori preparati non ce ne
aveva e il “Libro della Bambina” era rimasto chiuso nello studio del
babbo.

Ciondola di qua, ciondola di là, le venne fatto di entrare in cucina:
Dio, che disordine! Non pareva più la cucina di prima, quando la mamma
rigovernava subito dopo desinare, spazzava, spolverava e socchiudeva
le imposte, affinché non entrasse il sole.

Sul cammino c’era un po’ di tutto: tegami, scodelle, bocce, minuzzoli
di pane, la scatola della cera da scarpe e perfino un tovagliuolo
tutto infrittellato d’unto e di caffè; il tavolino, le seggiole erano
coperti di filiggine; e nella mezzina mandavano gli ultimi tratti due
mosche.

L’Eduvige pensò subito alla mamma e prese una gran risoluzione; se si
provasse un po’ lei a riordinare quell’arruffÌo e a far risparmiare al
babbo la spesa della serva?

Forse ci riuscirebbe, forse no: ma in ogni modo, a provare non ci si
rimette nulla, anzi ci si guadagna sempre qualche cosa, se non altro
la pratica.

L’Eduvige cominciò dal riempir d’acqua il calderotto e dal metterlo
sul fornello, dove c’era sempre il fuoco acceso: poi riunì i piatti
grandi, quelli più piccoli e le marmitte, facendone, ben inteso, tre
gruppi distinti; sbrattò il cammino, scosse le seggiole, spolverò la
rastrelliera, e mentre l’acqua finiva di scaldarsi, risciacquò i
bicchieri, le chicchere e gli dispose, rovesciati, sopra un vassoio di
bandone, che la mamma teneva, per quell’uso, sul piano della madia.
Poi, a un pezzo per volta, renò le posate, le asciugò e le ripose.

Quando l’acqua fu a bollore, la versò adagio adagio nel catino, e
cominciò dal rigovernare i piatti meno unti, per arrivar quindi ai
tegami e alle marmitte.

[Illustration]

E quando tutto fu pulito, risciacquato e lustro, l’Eduvige mise altri
due tizzi di carbone nel fornello, coprÏ il fuoco con una palettata di
cenere, affinché non si consumasse troppo, e socchiuse la finestra.
Poi andò a lavarsi, a mettersi un bel grembiulino bianco e aspettò il
babbo con una certa impazienza.

Quando tornò, la mamma si svegliava proprio allora e chiedeva da bere.

Il signor Ernesto corse in cucina per attingere una mezzina d’acqua
fresca, e la bambina dietro. Non appena egli vide tutto quell’ordine e
quella pulizia, si volse stupito all’Eduvige e domandò:

–Chi c’è stato?

–Nessuno! rispose la bambina sorridendo.

–O chi ha fatto le faccende?

L’Eduvige saltò al collo del babbo e gli disse in un orecchio:

–Sono stata io!

Figuratevi la contentezza di quel pover’uomo! si tenne abbracciata
strinta la sua bambina e andò, lieto di quel caro peso, in camera
della moglie, alla quale raccontò tutto.

La mamma, commossa, fece seder sul letto l’Eduvige e la ricolmò di
carezze.

La nostra amica aveva provato dei bei momenti in vita sua, specie
quando gli zii di Roma le mandavano a regalare un bel libro, un
vestito nuovo o una scatola di chicche. Ma un momento compagno a
quello non lo aveva provato mai; mai, neppure quando per la
distribuzione dei premi il sindaco le dette, proprio con le sue mani,
una bella medaglia d’argento.

C’è una gran soddisfazione a studiare e a meritarsi il premio: ma
quella di rendersi utile alla mamma malata è più grande di tutte!