performance

apprezzo regina galindo, ma senza passione. un po’ perché non si occupa del versante tecnologico (che a mio parere è ineludibile: cybercorpi, innesti, l’inorganico, ibridazioni, virtualità, eccetera), un po’ perché non parla di mutazione dei generi (altro tema cruciale). ma soprattutto, forse, a causa dell’anagrafe: ho già vissuto – e partecipato, anche se  all’università e non proprio in diretta – gina pane, marina abramovic e valie export (con export tra l’altro verifichiamo che cosa succede a far andare a scuola in convento una ragazza fino a 14 anni; meno male che, quando toccò a me, scelsi di farla finita con le suore dopo le elementari: grazie mamma). alle quali galindo non aggiunge praticamente niente, anche se lo fa onestamente.

ricordo in particolare una sua performance del 2007, presentata a roma. si chiamava cepo e consisteva nel suo rimanere intrappolata in una gogna per 12 ore (o dalle 19 alle 5 del mattino, non ricordo esattamente). la dichiarazione d’intenti contenuta nel comunicato stampa parlava di “un’asserzione di resistenza nei confronti delle dinamiche di scissione strumentale tra bene e male, innocenza e reità, autonomia e asservimento, con cui la società giustifica l’esercizio dei propri poteri decisionali sull’individuo, in ambito sia politico che culturale.”

tutto bene. ma un po’ generico, e decisamente scontato per chi aveva già potuto seguire non solo le teorizzazioni di foucault, ma anche una generazione che in quanto a body art e performance varie aveva praticamente già fatto e trattato tutto.

ma mentre i suoi lavori in genere mi ispirano al massimo una benevola neutralità (si lo so, è una contradictio in adiecto), No perdemos nada con nacer (2000) invece proprio non mi convince.

in quell’occasione galindo si fece chiudere in un sacco di plastica e gettare in una discarica.

il motivo è ovvio: l’iconografia della donna come spazzatura è fin troppo comune, e reale, e shockante. è assoluta già mentre accade, la ripetizione nell’atto artistico non solo non può aggiungere nulla all’assolutezza ontologica del dato reale, ma potrebbe risultare perfino controproducente, perché rischia di an-estetizzarlo. la cronaca taglia e brucia, l’arte rischia di spostare i termini: sul ludico, sul lunatico, sulla stravaganza.

i femminicidi, con le neonate abbandonate ai bordi della strada e i passanti che procedono oltre, i loro corpi un piccolo ingombro, niente più che un rifiuto.

e poi le reiette (prostitute, sbandate, clochard, ma non solo) che finiscono davvero nelle discariche, assassinate, con l’ultimo flash della cronaca nera spiaccicato sui loro corpi offesi una volta di più (l’ultimo spettacolo reifica poco meno, se non altrettanto, dell’assassino che colpisce a morte).

chi si ricorderà domani di filomena rotolo, una senzatetto di quarantadue anni, derubata di cinque euro, stuprata e uccisa a forza di colpi poco tempo fa, in un capannone abbandonato, in pratica una discarica urbana? la performance di galindo potrebbe mai riuscire a restituire con forza anche il suo nome?

e poi come presentifica la performance di galindo i millenni di violenza cieca perpetrati su corpi spersonalizzati e ridotti a cose? come può pensare di riuscire, con questa azione così banale nella sua piatta letteralità da carta carbone, a tematizzare adeguatamente soprattutto la parte più ambigua di questo orrore, e cioè la sua costante estetizzazione da cronaca nera? e se non fosse piattezza e carta carbone, sarebbe figura, e quindi retorica, rappresentazione, distanza dal dato reale. mentre le immagini che ci sconvolgono la mente – a noi che vogliamo vederle – non devono spostarsi di un millimetro: devono rimanere lì dove sono, ci devono bruciare e restare perfettamente insopportabili, nel dato reale e nella nostra mente. non in una performance, non in uno spazio altro, sebbene artistico. perché il rischio è che diventino più tollerabili.  l’arte serve a creare lo choc dove questo non c’è più, ma di fronte a certe immagini è inconcepibile dover ammettere di aver perso lo choc originario.

(che poi succede che si vedono cose come questa, una foto che fa parte dell’iniziativa ‘aziza munniza’, volta a sensibilizzare sul problema dei rifiuti a palermo)

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