pole position ovvero corpi all’asta

La pole dance da qualche anno è stata risemantizzata attraverso una ridefinizione del corpo femminile ed è diventata (anche) un esercizio atletico e sensuale che le donne dedicano a se stesse.

Le femministe antiporno stigmatizzano. Il sesso è potere, ragionano, e il potere è di chi guarda, non di chi si esibisce per esclusivo piacere altrui, e la pole dancer da club è svilita, degradata, ridotta a oggetto. La conclusione è indiscutibilmente vera se riferita a contesti di sfruttamento, meno scontata se i ruoli vengono liberamente scelti e la donna decide senza costrizioni di offrire una performance erotica a pagamento.

Ma con le gare di pole dance lo schema non vale più del tutto, perché scompaiono i club, l’erotismo e anche il pagamento, e semmai emerge la pratica della fitness. Le pole dancer da competizione non hanno fisici da spogliarelliste ma da atlete, somigliano cioè più a Yelena Isinbaeva (la telegenica primatista di salto con l’asta di Pechino)  che non alla playmate di ottobre, con le curve che lasciano il posto a tono e fasce muscolari evidenti, indispensabili per realizzare le figure più belle e più complesse.

Un’antiporno potrebbe obiettare che si tratta pur sempre di pratiche di ascendenza erotica (strip tease), quando non esplicitamente pornografica, e dunque prone al maschile e sessiste (il che non ha impedito ad esempio a Colette, che ha lavorato a lungo nel music-hall scollacciato, di mantenere e poi imporre la propria personalità; certo, il suo femminismo – perlomeno quello dichiarato – fa abbastanza acqua; quello biografico invece mi pare discretamente inspirational). Ma trasferita nelle palestre – in genere in classi di sole donne – l’esibizione intorno all’asta è diventata training e/o puro display, cioè da merce si è fatta abilità e esibizione atletica – aerobica o anaerobica, con strip o senza. E talmente diffusa e popolare da essere praticata dai personaggi delle serie televisive (da I Soprano alle Casalinghe disperate) e discussa nei talk show popolari (The Oprah Winfrey Show). Pornosfera che invade le palestre e (una volta di più) l’entertainment o riappropriazione da parte delle donne dello spettacolo (dell’atletismo e dell’efficienza) del proprio corpo? Le aziende inglesi di giocattoli che qualche anno fa produssero un kit per pole dance dedicato alle bambine (la “Peekaboo dance pole”, che le madri inferocite fecero presto ritirare dal mercato) avevano colto il trend degli strip club o quello dei centri di fitness che mettevano in dépliant le classi di exoticise (stripperobics, cardio strip tease, eccetera)?

Che la fitness riesca a normalizzare – disinnescandole e rendendole di massa – pratiche altrimenti giudicate eterodosse non è del resto una novità. Un precedente risale a metà degli anni ’90, quando riuscì a marginalizzare il bodybuilding.

La prima vincitrice di Ms Olympia, nel 1979, era stata Lisa Lyon, media sensation e icona celebrata dalle splendide fotografie in bianco e nero di Robert Mapplethorpe (anche Jane Fonda – in piena onda aerobica – ne ammirò il corpo “forte e bello”). Una bellezza che non sfigurò tra le conigliette di Playboy. Ma nel 1991, trasmesso per la prima volta in tv, comparve sul palco di Ms Olympia il fisico straordinario e possente di Bev Francis, ex campionessa di sollevamento pesi (aveva stabilito uno dei suoi record battendo tutti i concorrenti maschi di una gara per pesi medi), praticamente una she-Hulk.

Si classificò seconda. La sua mole doveva aver raggiunto un limite destabilizzante per l’immaginario collettivo se – come da più parti si ipotizza in mancanza di valide spiegazioni alternative –  fu solo per questo che le venne negato l’altrimenti meritatissimo titolo. La donna come segno della differenza è già ‘mostruosa’, ma una donna con 61 centimetri di muscoli della coscia lo era al quadrato: dov’era finita la ‘femminilità’? Fu la fitness – che riduce l’ipertrofia della massa muscolare in favore della definizione e del tono – a sgonfiare l’anomalia dei corpi ‘mostruosi’ delle culturiste e a regolamentare le (proprie) competizioni in chiave più ‘femminile’, con tacchi (le bodybuilder si esibiscono invece a piedi scalzi), cambi di costume e l’abito lungo in almeno una prova. Risultato: oggi le palestre non sono più nemmeno provviste dell’attrezzatura necessaria per il bodybuilding amatoriale, relegato a circuiti specializzati. Ma qualcosa era comunque cambiato, perché la visione non perdona e quello che è stato visibile una volta non scompare più. Il culturismo aveva definitivamente ‘rivelato’ il transgenderismo dei muscoli, che sono belli o eccessivi esattamente allo stesso modo su donne e uomini. La fitness dunque servì ad assimilare (ridimensionata) la ridefinizione dei corpi femminili innescata dal mezzo metro di bicipiti della “donna inaudita” (secondo la descrizione di George Butler, autore di Pumping Iron II, film del 1985 dedicato alle culturiste), così che in seguito, nel  giudizio comune, sono divenuti attraenti fisici che prima sarebbero stati considerati da virago (e oggi le muscolose atlete olimpiche sono star da copertina patinata).

Almeno in questo senso la fitness è stata una forma di attivismo – hanno ragione le femministe ‘fisiche’, il potere si rende visibile sul corpo –, perché ha permesso alle donne di immaginarsi e volersi secondo modulazioni del proprio aspetto non previste dal concetto prevalente di femminilità. E questa è una forma di potere. Lo stesso che ha risemantizzato la pole dance come esercizio atletico e sensuale che le donne dedicano a se stesse, e che da reificante diventa liberatorio, perché il senso che prima consisteva nell’incarnare il consumo/piacere di un Altro (voyeuristico, sessuale, potenzialmente sessista), adesso risulta in uno sforzo autodiretto e autocelebrativo. E – dettaglio che marca ancora di più la differenza ­– concesso, a differenza del primo, anche a donne non più giovanissime.

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